I venti di recessione si stanno abbattendo sulle economie mondiali? Saranno freddi, maestrale sferzante, violento e prolungato? Oppure breve, sostituito da aria più calda e piacevole?

Domande a cui è difficile rispondere – meglio scrutare con leggerezza, seppure con attenzione, i vari outlook, le previsioni -. Gli indici, soprattutto in Europa, promettono poco di buono. Maltempo. Lo scorso ottobre l’indice Pmi manifatturiero di Standard&Poor’s, che misura la fiducia delle imprese, ha rilevato un sentiment decisamente negativo. Un crollo in tutta Europa, rispetto ai dati di settembre. L’indice Pmi del settore manifatturiero tedesco a ottobre è stato di 45,1 punti contro i 47,8 di settembre. In Francia il valore è di 47,2 punti in calo rispetto al 47,7 di settembre e al livello più basso degli ultimi due anni e mezzo. In Italia è passato da 47,9 a 46,4 punti. Da considerare, per leggere correttamente questi numeri, che, secondo le metriche dell’agenzia di rating, un indice sotto quota 50 indica un’economia in trend recessivo, dato che nel calcolo rientrano i dati congiunturali a medio termine sugli ordinativi dell’industria.

E in effetti il vecchio continente si trova ad affrontare una crisi che si sviluppa si diversi livelli, policrisi la definiscono alcuni. Sicuramente il conflitto russo-ucraino è l’attore principale – anche se in alcuni settori, come quello della supply chain, ha giocato il ruolo di acceleratore, piuttosto che di causa -. La questione energetica, inoltre, potrebbe diventare strutturale e portarci al 2023 difficile.
C’è poi, last but not least, la politica della Banca centrale europea – specchio di un’Unione Europea segnata da una debole identità unitaria -. Il rialzo repentino del costo del denaro ha poco di razionale: l’inflazione in Europa non è legata a un eccesso di domanda. Eppure l’istituto sembra muoversi a traino della Fed e della paranoia, segnata dalle vicende della Repubblica di Weimar, sulle paure per un’eccesiva inflazione.

A proposito di Fed, anche negli USA si dà per certo un rallentamento dell’economia. Biden sostiene che sarà una leggera recessione. Altri che sarà atipica, senza perdita di posti di lavoro. Si vedrà.

Nel frattempo, i quotidiani a stelle a strisce lanciano l’allarme. Se arriverà la crisi, il settore editoriale subirà i peggiori contraccolpi (qui). La riduzione della domanda – vendite, abbonamenti – si aggiungerà alla crescita del costo del lavoro, della carta e dell’energia. Senza contare la probabile riduzione degli investimenti pubblicitari.

Sono dinamiche da considerare per chi opera nel settore, anche in Europa. Tanto più che editoria e affini si trova da tempo in una situazione di costante asfissia.

Angelo De Marinis