La diffusione delle piattaforme digitali non solo mina la tutela del diritto d’autore, ma sta ponendo fine alla trasmissione scritta della cultura. Con l’AI il cambio di passo potrebbe essere ancora più deciso, con l’addio ai contenuti creati da essere umani.
Il diritto d’autore e la relativa tutela sono una lunga storia. Prima della rivoluzione industriale la proprietà delle opere intellettuali non era considerata una questione dirimente, copiare – anzi – era una normale consuetudine. Per fortuna. Perché le grandi opere del passato sono arrivate a noi grazie a un’incessante riproduzione. Realizzata nelle botteghe artigiane, nei monasteri.
Le tecnologie digitali che si sono affermate, in maniera esponenziale a partire dagli inizi del secolo, hanno riportato indietro le lancette del tempo. Riprodurre all’infinito è la normalità. Nonostante siano presenti norme che proteggono il diritto d’autore.
Copia e incolla. Che sia virtuale o fisico, di per sé non è un male. Il progresso è passato attraverso questo processo. Ora va detto che il digitale è stato ed è in grado di creare turbative d’asta. A differenza degli amanuensi, la pratica di riprodurre facilmente e velocemente ha realizzato enormi vantaggi economici a chi si è appropriato del lavoro altrui. Creando, nei fatti, un tendenziale quanto marcato stato di sottomissione. Le aziende tecnologiche, che poi sono diventate big tech, hanno cambiato la nostra vita, ma hanno un debito sui produttori di contenuti, sugli editori. Il bilancio per quest’ultimi è negativo. Sia per il saccheggio sia per aver modificato e disintermediato i flussi informativi.
I portali, i motori di ricerca che si sono affermati nei primi anni del 2000 hanno beneficiato dei contenuti pubblicati da case editrici e da scrittori. Lo fanno ancora. Modalità d’uso e consumo che stanno chiudendo l’era della cultura scritta. Non siamo alla trasmissione orale, eppure i contenuti sono malleabili, effimeri, come i racconti che passavano di bocca in bocca un tempo. Dal passaparola al “passdevice”, con diversi gradi di mutazione.
Ultimi arrivati i player dell’intelligenza artificiale. Scraping, addestramento, sempre a spese d’altri, degli editori. Di chi paga. Peraltro, il risultato finale potrebbe portare all’inutilità del mestiere di scrivere. Si può fare, si può fare (“AI and The Coming Implosion of Media“, Alex Fink)
Numerosi editori e scrittori hanno fatto causa alle aziende tech, l’accusa è quella di aver inserito i loro lavori – violando in questo modo la proprietà intellettuale – nei set dei dati per l’addestramento dell’AI senza alcun permesso e senza alcun compenso.
La causa in corso del New York Times contro OpenAI è probabilmente quella di più nota. Melissa Heikkilä su MIT Technology Review ci fa sapere che un team di ricercatori dell’Imperial College di Londra ha messo a punto delle “trappole per il copyright”, pezzi di testo nascosti che permettono di contrassegnare i contenuti al fine di capire se sono utilizzati nei modelli di intelligenza artificiale (“Le “trappole per il copyright” potrebbero dire agli scrittori se un’IA ha fatto lo scraping del loro lavoro“). Soluzione che pare avere una certa efficacia sui modelli linguistici di grandi dimensioni, mentre in quelli più piccoli, che memorizzano meno dati, diventa decisamente più difficile determinare se l’addestramento è avvenuto o meno su un particolare documento protetto da copyright.
Un virus deve diffondersi. I virus non possono riprodursi senza entrare nelle cellule degli organismi viventi. Per questo motivo sono “programmati” per non uccidere le specie animali che fungono da veicolo riproduttivo. Un meccanismo analogo, tutto sommato, ha guidato finora le condotte delle piattaforme digitali, dei motori di ricerca, dei social. La scomparsa massiva dei produttori di contenuto professionale e primario avrebbe minacciato la loro stessa esistenza, il loro business. Dunque, si sono cercati e sono stati trovati degli accordi. L’intelligenza artificiale, in potenza, non ha questi limiti. Un modello linguistico può essere addestrato a creare, a scrivere.
L’effetto sui produttori e su chi crea contenuti avrà un impatto decisivo, tale da stravolgere l’intera filiera produttiva.
Giulio Valerio Maggioriano