L’AI partecipativa (Participatory AI) si pone come una modalità di lavoro dei modelli linguistici in grado di arginare i fenomeni di esclusione e discriminazione digitale. Proprio per la loro natura e per come sono attualmente realizzati, almeno nella maggioranza dei casi, bias, discriminazioni e disuguaglianze colpiscono le comunità più vulnerabili. E, più in generale, appaiono come strutture in grado di condizionare i gangli dei comportamenti sociali e democratici: calate dall’alto, realizzate attraverso modalità poco trasparenti e con ampi fenomeni di sfruttamento di forza lavoro precaria, necessaria per addestrare e rifinire gli algoritmi.
L’idea di fondo dell’intelligenza partecipativa è semplice — e antica quanto le Ding, le assemblee che si tenevano presso le popolazioni germaniche per condividere le decisioni —: coinvolgere attivamente cittadini, utenti e portatori di interesse nella progettazione dei sistemi di intelligenza artificiale, così da renderli più equi, trasparenti e allineati ai valori sociali.
Il panel, il cui abstract è allegato (sotto), è previsto in occasione dell’ACM CHI 2026 (https://chi2026.acm.org), affronta questo tema, e in particolare gli ostacoli che impediscono la realizzazione dell’AI partecipativa, delineando un palcoscenico di protagonisti poco influenti. Workshop, sondaggi o altre forme di intervento risultano strumenti di “marketing” partecipativo che non incidono sulle decisioni finali.
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Giulio Valerio Maggioriano